Elevare lo status professionale degli insegnanti rendendoli abili pedagogisti

La vasta mobilitazione e l’animato confronto politico a cui stiamo assistendo in questi ultimi mesi sulla prevista riforma della scuola, e in particolare sul ripristino dell’insegnante unico nella scuola primaria, sta registrando un forte impegno su più fronti per contribuire, con significativi argomenti di pensiero e principi innovatori di dottrina e di pratica, alla realizzazione di una scuola diversa. Il grande interessamento e il serrato confronto mostra come il dibattito sulla scuola non interessi soltanto una semplice strategia di riforme, ma investa fortemente e largamente la società, portandoci così a prendere atto di quanto questa sia afflitta da una profonda mala-educazione e sia quindi obbligata a rinnovarsi per approdare ad un vero e proprio rinascimento educativo.
Il confronto politico è particolarmente incentrato sulla scuola primaria, a cui si riconosce l’alto valore formativo per una equilibrata evoluzione dell’uomo, la quale può scaturire unicamente da un clima simpatetico di scambio capace di ingenerare e favorire la curiosità e la tendenza alle relazioni sociali  e sentimentali. Ed è proprio la  consapevolezza dell’importanza che assumono le scelte da fare ad animare la disputa politica, sostenuta purtroppo più dall’opinionismo che non da presupposti scientifici. Ciò che infatti sembra sfuggire è che la scuola dovrebbe essere un’istituzione pedagogica, una comunità in cui fare appello alla pedagogia, una scienza che, per l’estensione dei suoi principi, è di vitale importanza per l’uomo e per la società.
La scuola dovrebbe essere un luogo in cui, conservati i principi pedagogici, poter incontrare non più un maestro che “insegna”, bensì un pedagogista capace di offrire l’opportunità al bambino di apprendere in un clima armonico, di attenuare la primaria identificazione emotiva con la famiglia per proporsi con una lenta e graduale partecipazione attiva al gruppo e alla vita sociale, di aiutarlo a scoprire la validità delle connotazioni del rispetto e della collaborazione.
Ma attualmente nella scuola, intesa luogo in cui si insegna o addirittura si “istruisce”, come proclama il Ministero competente, si sta assistendo alla dispersione  dei valori educativi e al dilagare della prepotenza, delle prevaricazioni e di atti non riconducibili esclusivamente al bullismo. Di fronte a questo quadro a dir poco scoraggiante, vien fatto di riflettere come sia indispensabile arginare l’imperizia di quanti pensano che per aiutare il bambino ad apprendere si debba solo ”insegnare o istruire”, limitandosi a fare e far fare. L’abilità indispensabile a chi si occupa dell’evoluzione dell’uomo non può più essere il far apprendere l’esclusivo sapere specialistico delle materie, ma il saper dare, quel dare che si basa  su una preparazione pedagogica, e che è foriero di un autentico sviluppo in equilibrio. Si impone dunque una svolta coraggiosa, un cambiamento radicale, che parta dal creare un Ministero non più dell’Istruzione ma dell’Educazione e dall’avere in cattedra non più insegnanti ma pedagogisti.
Da troppo tempo chi è impegnato nella ricerca sta assistendo ad una situazione che sta diventando sempre più inadeguata. È giunto il momento di impedire la presenza di insegnanti (ovviamente non tutti) sarcastici, autoritari, inclini al pettegolezzo e al favoritismo, nervosi e a volte rabbiosi, portati ad alzare il tono di voce, capaci di rimproverare l’allievo davanti a tutti i compagni usando lemmi non certo ricchi di attenzioni pedagogiche, come “svogliato”, “fannullone”, “disattento”, “cialtrone”…, oppure che credono ciecamente a quel far fare − “… l’esercizio gli scioglie la mano”, “leggere venti pagine tutte le sere” −, quell’agire su coercizione a ripetere  per imitazione passiva e automatica di esercizi che ha il sapore dell’ammaestramento e che non dimostra altro che inadeguatezza educativa, cecità di fronte ai veri bisogni del bambino, incapacità di aiutarlo a sviluppare le sue potenzialità e abilità invece di soffocarle. Tale inadeguatezza è confermata, come ha evidenziato una nostra indagine, anche da comportamenti inadatti fuori della scuola, nella comunità locale e nella società.
Il pedagogista sa aiutare il bambino a sviluppare il senso di partecipazione attiva alla vita, ne individua e sostiene il talento, le attitudini, il carattere, gli interessi. Il contenuto reale della pedagogia sosta nel principio che l’allievo, come la società, ha un accanito bisogno di educazione e chi educa ad apprendere, deve saper stare in relazione al gruppo nel rispetto di ogni componente, essere in grado di indirizzarsi ad essa con grande plasticità di forme comunicazionali e ricchezza di contenuto psico-affettivo. L’interesse pedagogico nella scuola primaria si pratica e vigila sull’evoluzione progressiva del conoscere  e del sapere raggiunto per mezzo di esperienze, in vista della formazione progressiva dell’individualità del bambino. L’apprendere pedagogico si sollecita con l’assimilazione delle nozioni scolastiche ottenuta nel piacere affettivo degli scambi e mediante una molteplicità di stimoli sollecitatori e informatori che non trascurino la necessaria armonia fra parole, mezzi visivi, silenzi, occasioni di riflessione e interrelazioni fra componenti sensoriali e componenti logiche, offerte con la consapevolezza che anche una piccolissima variazione del tipo di esposizione verbale da parte del pedagogista può determinare una evidentissima variazione nell’assimilazione delle nozioni e nei risultati dell’insegnamento.
Al pedagogista non basta inseguire un progressivo processo metodico di educazione intrinseca allo sviluppo del bambino, egli deve caratterizzarla in modo coerente nel rispetto della  personalità di quest’ultimo.
L’apprendere dell’allievo deve maturare in un rapporto di accoglienza, termine di congiunzione fra lui e il più ampio e vario mondo esteriore al quale bisogna promuoverlo senza indirizzarlo munendolo di consigli, ma riconoscendo e valorizzando le sue grandi, numerose e uniche potenzialità, e accompagnandolo passo passo, con adeguati stimoli alla riflessione e attraverso l’utilizzo di ogni codice semiotico, a scoprire che ha in sé la possibilità di raggiungere una vera crescita personale.
L’apprendere dell’allievo ben si coniuga dunque con l’apprendere dall’allievo, con il saperne  leggere le attese, la spontanea curiosità, i desideri di conoscenza, le invocazioni di un intervento attivo, con il raccogliere e analizzare tutti gli elementi e gli aspetti con cui la sua personalità si va manifestando.
I messaggi che l’allievo può inviare sono molti. Si tratta di informazioni consce e inconsce, espressioni dell’immagine che ha di sé, del modo in cui si percepisce e valuta se stesso, tramite le quali egli cerca di farsi capire. La comprensione di questi messaggi richiede di andare a fondo ad ogni fatto, anche a quelli che possono sembrare troppo modesti o addirittura insignificanti per essere presi in considerazione. La lettura di questi segnali inviati dal soggetto e di ogni altro dato rilevabile costituisce per l’insegnante uno strumento privilegiato e imprescindibile per disciplinare la programmazione, introducendovi tempestivamente tutte quelle modificazioni o integrazioni che risultassero opportune. È generale ormai la convinzione che per garantire il rispetto dell’individualizzazione didattica, occorre perseverare in una diagnosi che tenga conto di tutto il processo educativo. Soltanto in tal modo è possibile far seguire all’evoluzione maturazionale le variazioni eterocroniche e armoniche. Tutto questo dovrà far parte del delicato bagaglio del nuovo insegnante.
Un qualificato cambiamento si rende infatti non più necessario, ma urgente. Da  un esame comparativo sulla condizione sociale e sulla gerarchia occupazionale degli insegnati, emerge che essi occupano una posizione superiore soltanto agli impiegati di banca e agli operai specializzati. Rappresentano un gruppo-chiave ma, nonostante si riconosca e si attribuisca loro una immensa importanza, la stima che in termini sociali ed economici viene loro attribuita è assai bassa. Bisogna quindi riconquistare quella considerazione, quell’autorevolezza e quella provata capacità professionale che si riconosceva al maestro già nel 1900, al punto da richiedergli una conoscenza dell’allievo talmente profonda da fargli redigere la Carta Biografica contenente tutti i dati raccolti su di lui.
Per riconquistare uno status professionale che ottenga ampio riconoscimento da parte dell’opinione pubblica, l’insegnante deve mostrare di possedere le doti di carattere e di personalità richieste per l’esercizio della professione, una formazione specifica che gli consenta di perfezionare le competenze e un nuovo spirito deontologico veicolato dall’istanza di rinnovamento della scuola e della pratica educativa. Egli deve essere consapevole del fatto che in ogni incontro con i propri colleghi può apportare un contributo prezioso e di quanto sia indispensabile coinvolgere nel processo educativo la famiglia e colmare con un sapere professionale il bisogno di conforto e di fiducia. Impegni e confronti, contrapposti all’incontro dal sapore burocratico, che l’insegnante deve essere in grado di sostenere per uno scambio che si basa sulla collaborazione e in specie, sullo stile, la preparazione professionale e lo sviluppo del senso di responsabilità. I genitori degli allievi, i colleghi, tutti si aspettano dei confronti seri, delle risposte coerenti, che richiedono esperienza, nonché una profonda conoscenza dell’allievo, in particolare di quello che mostra difficoltà e disagi. L’insegnante deve avere acquisito le abilità necessarie per sapere quali sono i suoi impacci, le sue inadeguatezze, i suoi freni, le sue inibizioni, tutto ciò che lo ostacola e lo rende insufficiente negli apprendimenti, inadeguato nei comportamenti; deve mostrarsi interessato all’intera personalità del bambino in tutte le sue manifestazioni.
Su tali concretezze si deve consolidare l’intesa educativa e si devono basare gli interventi educativi per rendere vero l’aiuto individualizzato, si possono informare puntualmente i genitori su come viene promosso il corretto coinvolgimento in risposta ai bisogni dei loro figli, dimostrando ad essi e alla società di essere degli specialisti, recuperando così un clima di fiducia e di intesa.
Per conseguire uno status adeguato gli insegnanti devono quindi possedere innanzitutto ottime qualifiche pedagogiche e partecipare a corsi di alta specializzazione. Nell’affermare questo, però, ci rendiamo purtroppo conto del fatto che non esistono più le Facoltà di pedagogia. Nella logica dipartimentale  della legge n. 28 del 1980 non fu più accettata la Facoltà di Magistero; seguirono diverse querelle sulla definizione di Facoltà di Scienze dell’Educazione e Facoltà delle Scienze Umane, finché si optò per i “Corsi di laurea”. Da allora la formazione in pedagogia si è eclissata. Oggi, infatti, si lamentano il grave ritardo delle scienze pedagogiche, ormai sterili e non propositive per progetti importanti, l’assenza nelle Università di una ricerca  pedagogica autrice di metodi, di tecniche, di tecnologie e di strumentari, carente nel  promuovere esperienze formative nei laboratori di gruppo che permettano ai partecipanti di vivere, sperimentare e sviluppare l’ascolto di se stessi e dei propri vissuti, l’andamento delle relazioni e la disponibilità nelle intese, vincere ogni disagio psico-relazionale e acquisire disponibilità al rapporto con gli allievi. E la stessa formazione del pedagogista, ormai raramente passa attraverso l’Università. Egli per costruire itinerari formativi  professionalmente congruenti e per essere in grado di “sostare nella relazione” e di “acquisire e utilizzare strumenti diagnostici idonei alla prevenzione e metodologie concrete e adatte all’intervento educativo”, come si legge nell’art. 7 dello Statuto del Sindacato Nazionale Pedagogisti (SINPE – www.sindacatopedagogisti.it), deve rivolgersi ad Enti autonomi riconosciuti e apertamente impegnati in questo settore. Del resto soltanto se l’insegnante dimostra di essere un professionista specializzato al punto da correre il rischio (?) di soddisfare gli utenti, può mettere a tacere la diffusa opinione che si dedica all’insegnamento chi vuole un lavoro sicuro o chi non è capace di fare nient’altro e dunque non merita un trattamento migliore.
La politica educativa ha quindi l’obbligo di aggiornare e riqualificare gli insegnanti, tenendo conto degli studi scientifici e della ricerca che hanno prodotto nuovi metodi, tecniche e tecnologie innovative, per condurli ad acquisire una professionalità non meno adeguata e accreditata delle altre, promuovendo altresì una parallela politica di incentivi economici.
Elevare lo status professionale degli insegnanti rendendoli abili pedagogisti. Questo è ciò che ragionevolmente si deve perseguire e, forse, con una più rilevante preparazione e diverse abilità si potrebbe decidere più opportunamente se optare per l’insegnante unico o per un team modulare. Se poi si riuscissero ad eliminare gli sprechi e a destinare i fondi a retribuzioni che possano incoraggiare il ritorno alla professione anche di pedagogisti maschi, avremmo soddisfatto perfino la necessità di mantenere viva l’identità sessuale dei nostri bambini. Ma questo è un argomento che occuperà altre pagine.

Guido Pesci