Le responsabilità dell’insegnante

È innegabile che un insegnante abbia diverse responsabilità nel coadiuvare la formazione degli individui. Egli infatti concorre, unitamente ai genitori, allo sviluppo psico-emotivo del minore. La famiglia è e deve rimanere la prima e fondamentale istituzione educativa per i propri figli; essa deve garantirne un adeguato sviluppo fisico, intellettuale, morale e psicologico. La scuola “… è una comunità nella quale gli alunni imparano a diventare cittadini; essi potranno compiervi l’apprendistato della democrazia nella misura in cui essi stessi, gli insegnanti e i genitori, in un clima di autonomia, acquisteranno coscienza delle loro comuni responsabilità” (Carta Europea dell’Insegnamento, 1968). In questo documento stilato nel 1968 dall’Associazione Europea degli Insegnanti, si delinea pienamente il giusto ruolo di ogni attore all’interno del percorso educativo-scolastico: la famiglia, la scuola, ma anche e soprattutto gli stessi alunni, che non devono venir visti come Tabulae Rasae, così come intendeva la filosofia educativa lockiana nel “Some Thoughts Concerning Education”. Buona parte della pedagogia scolastica italiana risentì indirettamente di questo principio di pensiero, infatti L’Emilio di Rousseau, che ispirò molti orientamenti della nostra scienza dell’insegnamento soprattutto a partire dalla metà dell’Ottocento, presenta impronta lockiana. Sappiamo bene che il bambino non è una Tabula Rasa su cui scrivere in modo sovradeterminato i compiti evolutivi e i relativi risultati. Egli piuttosto deve rivestire un ruolo attivo nella propria crescita, deve risultare il protagonista di uno sviluppo che pur necessitando di “accompagnatori” idonei e capaci, lo esige al centro del proprio divenire. Questo importantissimo aspetto, purtroppo, viene ancora oggi dimenticato da molti insegnanti, sia che lavorino in “team teaching”, sia che lavorino individualmente. La loro intenzionalità educativa molto spesso si “perde” nella vastità dei curricula di insegnamento e nella parcellizzazione delle programmazioni didattiche.
Chi pensa, ancora oggi, che insegnare equivale esclusivamente a “indottrinare”, si impone di non capire la complessità dell’animo umano, oltre che le esigenze poliedriche della società contemporanea. Secondo un principio della psicologia behaviourista, il comportamento è “contagioso”. Stare a contatto con soggetti che per investitura ricoprono un ruolo guida, inevitabilmente produce delle influenze dirette e/o indirette sulle future modalità comportamentali di chi è chiamato ad ascoltare lezioni, anche se di tipo frontale. Se poi, ad ascoltare una persona (perché si ascolta sempre tutta la persona, anche inconsciamente, e non solo il contenuto della sua comunicazione verbale) ci sono soggetti in età evolutiva, inevitabilmente l’influenza si fa più pressante, arrivando a determinare veri e propri apprendimenti per imitazione più o meno consci, anche e soprattutto passando tramite la comunicazione non verbale e quella paraverbale.

Lorena Angela Cattaneo