La pedagogia quale scienza applicata dalle professioni di Pedagogista e di Educatore deve poter rispondere ai bisogni educativi della persona a cui già molti altri operatori con competenze proprie e specifiche offrono il loro aiuto, ognuno con dovuti distinguo sostenuti da correttezza, onestà e deontologia. Distintivi e propri di ciascuno devono essere i metodi, le tecniche, le tecnologie e il lemmario, scienze diverse, principi diversi, obiettivi da raggiungere per vie distintive che negano l’incetta da altre professioni. Un mancato rispetto oggi ancora troppo evidente, sostenuti da una sorta di retro-pensiero di “averli in prestito”.
Da dilettanti a professionisti
Uscire dal dilettantesimo della pedagogia trova significato nel perseguire principi esclusivamente educativi, evitare perciò le distinzioni utilizzate dalle discipline sanitarie, come ad esempio l’utilizzo dei termini “sintomi” e “sindromi”, le distinzioni in stadi e in fasi, in scale e livelli, così pure l’utilizzo di criteri classificatori, di profili e bilanci, l’impiego di espressioni come “trattare”, “affetti da…”, “trattamento riabilitativo“ e “casi” nel riferirsi a persone.
Così facendo sia i pedagogisti che gli educatori dimostrano di essere confusi e sconnessi, privi di coerenza con la propria disciplina, quando danno voce a espressioni come “prendere in carico”, “fare diagnosi” e “fare una restituzione”, e pure nell’utilizzare test quantizzanti, fare domande per riempire le checklist e interviste a fini anamnestici, dare consigli e non avere afferrato la distinzione tra l’educazione e la rieducazione, la riabilitazione e la terapia.
Pedagogia e educazione del passato perfino recente e in molti casi ancora attuale necessitano di una accuratezza di regole e di procedimenti, di metodi e tecniche proprie, di un fermento culturale e scientifico sostenuto da ricerca e sperimentazione, indispensabili perché cessi l’incetta di sistemi e strumenti di altri.